lunedì 25 luglio 2022

"La Restanza" di Vito Teti

 

Leggere "La restanza" di Vito Teti ha rappresentato, per me, un viaggio nel tempo, un volo durato più di dieci anni, tra le aule di una lezione universitaria di antropologia, quando davanti a me si è aperto letteralmente un mondo di studi e di relazioni culturali, difficile da trovare altrove. 

Pagine simboliche, intrise di un'etnografia che non può avere eguali, che scavano dentro e arrivano ad un punto cruciale, il quale ha rappresentato, per molti di noi, un bivio impossibile da evitare; una scelta alla quale è impossibile sottrarsi, quella di partire o di restare. 

Diventare un errante o un restante? Difendere un ultimo baluardo o vivere per sempre con la testa  altrove? 

Ho iniziato la lettura di questo libro in un caldo pomeriggio di Maggio, in riva al mare, con il pancione di nove mesi come leggio e l'ho finita tra una poppata e un'altra di mia figlia. Michela, la mia bambina, incarna il senso ultimo di queste righe, che rappresentano un desiderio, un grido di riscatto, la speranza più vera e più autentica della nostra terra. 

Si deve ricominciare, si può ricominciare in mille modi, si può scegliere di andare avanti tra mille sentieri di bosco o in riva al mare, ma ciò che è davvero fondamentale è la scelta di restare. Crescere in un luogo che non vuole essere solo idealizzato, ma reale in grado di divenire il modello di una società in mutamento, simbolo di comunità che hanno tanto da dare, prima a sé stesse e poi agli altri. 

"La restanza" di Vito Teti è un libro in cui radici, assonanze, visioni, invocazioni metafisiche e analisi antropologiche si fondono e si mescolano dando vita a ciò che definirei un vero e proprio inno al Sud, ai nostri paesi, alle nostre peculiarità, a ciò che rimane nonostante i chilometri, nonostante le idee, nonostante gli addii. 

Un monito per chi decide di fare della restanza la propria ragione di vita, per chi crede che ognuno di noi sia una pietra miliare nel cammino del mondo. 

Ciò che lasceremo non saranno solo orme, bensì segni tangibili di un passato e di un presente che costruiranno il nostro divenire e che inevitabilmente rappresenteranno le mura di quei luoghi fisici e metafisici che necessitano di sperare e che, soprattutto, necessitano di vivere. 

Una linfa, quella del prof. Vito Teti, che non si esaurisce, che continua a dare ai suoi lettori quella spinta, quell'emozione per cui vale la pena combattere. Una lotta contro stereotipi ancestrali, che offre lo spunto per una riflessione, sul perché delle nostre scelte, sulle alternative possibili, sui mutamenti inevitabili, su ciò che ci contraddistingue sempre, su quei valori senza i quali non saremo gli stessi, su quelle mura che meriterebbero di sentire più spesso le voci di chi nasce, dando inizio a una nuova storia, tutta da scrivere "nel cuore del mondo". 

lunedì 8 marzo 2021

Ofelia Giudicissi


Ci sono donne che segnano,  donne che parlano,  anche a distanza di anni,  donne che si lasciano leggere, il cui eco vola lontano, al di la del tempo, per perdersi in un infinito che ha il sapore più autentico della Calabria. 

Non ho mai condiviso la festa della donna come "festa danzante", ma ho sempre creduto nella sua importanza. 

Oggi, 8 Marzo 2021, per celebrare questo giorno, ho deciso di parlare di una donna, una poetessa che a 40 anni di distanza dalla sua dipartita, continua a far parlare di se.

Ofelia Giudicissi nacque a Pallagorio l'11 maggio 1934 e morì il 13 settembre 1981.

Ofelia, che sin dalla nascita portò addosso un nome così importante,  per volere del padre, amante della mitologia, si dedicò all'arte in tutte le sue sfaccettature. 

Nei suoi scritti emerge un amore viscerale per la sua terra di origine,  un legame che, come spesso accade, spinge e respinge.

Ofelia fu, essenzialmente,  una rivoluzionaria; una donna che ha saputo andare anche controcorrente. 

Una donna come poche, che emerge dai racconti del figlio Pietro, come una persona gioiosa, che é riuscita a lasciare un'impronta di giustizia per i suoi figli. 

Per Ofelia,  che sapeva sempre come ritagliarsi i suoi spazi,  tra gli impegni quotidiani, non esistevano disparità sociali. Lei stessa fu fautrice, nel corso della sua vita, di quegli ideali di uguaglianza che dovrebbero caratterizzare ogni società. 

Ofelia Giudicissi una poetessa,  archeologa e scrittrice che merita di essere ricordata sempre, non solo oggi.

Poesie che narrano versi antichi e che ritroveremo in un'opera omnia in pubblicazione,  insieme a numerose iniziative che ckntribuiranno ad esaltarr la figura di una donna essenzialmente "capo branco".

venerdì 16 agosto 2019

HORA



Hora - Una storia arbëreshë è il titolo di un docufilm realizzato da Maria Alba e Graziana Saccente e prodotto da Stefano Benni, che ho recentemente visto in tre occasioni diverse. 

Hora parla di noi giovani arbëreshë sempre alla ricerca di un punto di riferimento, che possa ricongiungerci a radici lontane.
Una ricerca identitaria su chi siamo e chi diventeremo. 
Il rito di una vestizione particolare, che rivive in gesti e colori antichi, ornata da gioielli che parlano un'altra lingua. 
Un'esistenza vissuta lontano da chi si ama, lontano da quegli odori e quei suoni che si possono contemplare solo in questa terra. 
Canzoni che narrano ritmi senza tempo. 
Hora: un concetto vasto che include sensazioni materiali e spirituali. Indichiamo, con questo nome, il nostro paese, ma anche quella comunità che ci appartiene, nella quale vivono i nostri amici, quel luogo in cui, in qualsiasi momento, possiamo sentirci a casa. 
Il viaggio come continuum temporale, chilometri che ci separano e che ci uniscono, rapporti che non vengono mai interrotti completamente, ma che portano un lascito di affetto e ammirazione, che può comprendere solo chi è nato qui.  

domenica 29 luglio 2018

Lui, Io, Noi

"Lui, io, noi" il libro, edito da Einaudi, che racconta la storia d'amore tra Dori Ghezzi e Fabrizio De André, l'ho finito di leggere in questa calda giornata estiva. Anche se non aggiorno spesso il mio blog, al suo interno amo parlare di libri, forse perché tra i libri ci sono cresciuta o semplicemente perché penso che essi siano parte forgiante del mio essere e del mio vivere quotidiano. Ho deciso di acquistare il libro di Dori Ghezzi, Giordano Meacci e Francesca Serafini dopo aver visto "Principe Libero" andato in onda sulla Rai, omaggiando De André; l'ho comprato perché mi sono appassionata, fin da subito, alla sceneggiatura del film e perché, come spesso accade, volevo saperne di più.
"Lui, io, noi" e "Principe Libero" nascono dalla stessa idea di Dori Ghezzi, Giordano Meacci e Francesca Serafini, i quali si sono incontrati a distanza di anni, sfidando il tempo e le sue regole e hanno voluto, in un modo o nell'altro, svelare un Fabrizio più intimo, collegando ogni episodio della sua vita alla nascita di una canzone. 
Li conosco tutti a memoria i versi di De André, ogni singola nota, ogni singolo testo, le sue poesie le ascolto di continuo, ma non conoscevo la storia d'amore più importante della sua vita. In questo libro Dori Ghezzi rivela la parte più profonda di sé e di Fabrizio. 
Spesso, dopo ogni libro, nel momento esatto in cui lo chiudo, mi chiedo: "cosa mi è rimasto?" Da queste pagine ho capito che tutto accade per un disegno già predisposto, perché le casualità esistono, ma nelle coincidenze dobbiamo cercare di trovare sempre il messaggio subliminale, perché è lì che si nasconde la chiave del nostro destino. Se due persone, due anime sono destinate ad incontrarsi, quell'incontro avverrà nonostante tutto e tutti e sarà diverso da ogni altro precedente, perché sarà unico. 
Una storia d'amore che ha dovuto combattere contro i limiti di un'epoca, ma che è riuscita a portare alla ribalda l'insegnamento più autentico, quello di affrontare la vita tenendosi per mano, superando ogni scoglio, anche i momenti più bui, continuando a far vivere l'amore anche dopo la morte. 
C'è una frase che adoro in questo libro ed è : "Perché io ci credo, in questa cosa. Negli incontri che sono fondamentali per te, e ci guidano da un'età all'altra. Io ci credo fermamente. Anche perché ricostruiamo solo poi, no? Quando sono state le scelte, le casualità, le strade che un giorno ti fanno dire dove sei e come ci sei arrivata". 
Vivere e rivivere è questo il senso ultimo di queste pagine, che sono capaci di creare un noi, partendo da un Io e da un Lui, ma continuando a vivere unite per sempre. 

venerdì 6 ottobre 2017

EDUARDO DE FILIPPO E NAPOLI

Eduardo De Filippo, impossibile non conoscerlo, conoscevo molte delle sue opere e delle sue frasi, ma come spesso capita nella vita, non mi ero mai soffermata molto su questo personaggio. Un paio di mesi fa, però, grazie al mio lavoro, ho dovuto studiarlo ed ho iniziato ben presto ad appassionarmi a questo autore così enigmatico. Eduardo De Filippo è una delle personalità più complesse del XX secolo, possiamo affermare che lui è nato a teatro e ci ha vissuto fin dalla sua infanzia, insieme ai fratelli. Un legame costruito dietro le quinte, quello con Peppino e Titina, rispettivamente fratello e sorella, con i quali ha fondato la Compagnia "I fratelli de Filippo". La madre era una sarta e si occupava dei costumi di scena, Eduardo nacque il 24 maggio 1900 da una relazione clandestina tra lei ed Eduardo Scarpetta commediografo dell'epoca.
Da allora, ha vissuto tutta la sua esistenza nei teatri e soprattutto per il teatro. Eduardo amava recitare e amava scrivere ciò che metteva in scena, ma soprattutto aveva un grande amore : Napoli.
Amava la sua città, ne amava gli aspetti più goliardici, quelli meno noti, quelli più autentici, la amava al punto tale da regalarle un grande teatro, che ancora oggi parla di lui : il teatro San Ferdinando.
E Napoli, dal canto suo, continua a parlare di Eduardo De Filippo, ad ogni angolo, ad ogni strada, c'è un frammento che lo ricorda, che fa tornare in mente chi, per Napoli, c'è sempre stato.
Nelle commedie di Eduardo c'è Napoli, c'è Napoli e la sua napoletanità.
Nelle opere teatrali è sempre presente il caffè, servito per tutti anche quando scarseggiava, al quale veniva aggiunta qualche goccia d'acqua in tempi di carestia-
Eduardo De Filippo ha avuto il grande potere di portare la gente a teatro e il teatro tra la gente. I suoi personaggi sono persone comuni, che conducono una vita comune, che parlano in maniera comune. Già, la grande novità che Eduardo riuscì a portare in scena fu proprio questa; i suoi personaggi non parlavano in Italiano, bensì in dialetto, con qualche traduzione simultanea nella lingua nazionale.
Il pubblico, così, si sentì rappresentato da qualcosa o da qualcuno e si avvicino alle rappresentazioni teatrali, perchè a teatro non c'erano più paroloni incomprensibili, ma c'erano loro, le persone semplici, con i loro pregi e i loro difetti. Eduardo De Filippo era uno di loro ed essi continuarono ad essere la linfa vitale delle sue opere.
Magia, amore, tradimenti, pazzia, spontaneità, sono questi gli elementi cardine delle opere di Eduardo, che oggi come ieri riesce a far ridere e riflettere, riesce a stupire e a far innamorare del Vesuvio e di tutto ciò che ci gira intorno.

sabato 9 settembre 2017

QUEL TEMPO SENZA TE DI VALERIA PARISI

Penso che in ogni libro, ognuno di noi ritrovi qualcosa della propria vita vissuta, un'emozione condivisa con l'autore. Penso che la mia amica Valeria Parisi, nel suo primo romanzo, sia stata in grado di narrare, con una prose estremamente scorrevole, la storia di una studentessa fuori - sede. Già, veniamo etichettati così, diventiamo ragazzi fuori - sede, ogni volta che abbandoniamo il nostro paese, per dirigerci verso il luogo prescelto come sede universitaria. 
Non è facile superare i primi step di questa nuova condizione, non è facile confrontarsi con persone diverse da noi e Valeria queste sensazioni riesce a descriverle alla perfezione. Nelle sue parole traspare una nota di ironia, mista, inevitabilmente, a tratti alla malinconia di chi sa che deve costruirsi la propria esistenza altrove, in un altrove che non sempre è definito come noi pensiamo. 
Ci sono legami, però, che ci seguiranno, in qualsiasi luogo andremo; sono i legami familiari, quella famiglia che non ci abbandonerà mai e sono i legami amorosi. L'amore, quello vivo di speranze, quello rincorso, quello che sembra svanire, ma che in fondo non finirà mai, perché la vita è più bella se viene affrontata mano nella mano. 
Non posso non consigliarvi questo gran bel romanzo, buona lettura a tutti voi e buona vita a te Valeria, amica mia. 

venerdì 18 agosto 2017

IL PREMIO OFELIA GIUDICISSI

"Ofelia Giudicissi" avevo già sentito il suo nome qualche anno prima, ma un po' per pigrizia e un po' per non curanza non mi sono mai soffermata a fare qualche ricerca, su chi fosse esattamente o sui cosa avesse scritto
.
Due anni fa, ho riscoperto questo nominativo, l'ho riscoperto quando ho vinto il Premio Letterario Ofelia Giudicissi, edizione 2015, l'ho riscoperto perchè le sue poesie ti riempiono l'anima. 
Ofelia era una donna di cultura, prima di essere una poetessa. Nei suo versi traspare l'amore, l'amore per il Meridione, per la sua terra, per il suo paese, per Pallagorio. Un amore accompagnato da una velata nostalgia, per qualcosa che vorresti rimanesse per sempre con te, per uno stato d'animo che vorresti ti restasse dentro per il resto della tua vita. 
Non c'è modo migliore, per ricordare Ofelia e tenere vivo il suo ricordo, che istituire, appunto, un premio letterario a lei intitolato. 

Il Premio Letterario Ofelia Giudicissi rappresenta, ogni anno, il fulcro delle manifestazioni culturali all'interno del Festival Lule Lule Mace Mace. Un momento di riflessione, un momento di arricchimento, all'interno del quale ognuno riesce a portare con sé qualche frammento di poesia. 
Da quando ho vinto il premio ne sono ospite fisse ed è piacevole constatare come i libri creino unione, come le parole di fede si possano diffondere allo stesso modo di quelle relative alla filologia. 

Durante le edizioni del Premio mi è capitato di assistere a canti arbereshe che tolgono il respiro, a poesie che mozzano il fiato, ad occhi lucidi di ex alunni, giunti lì per ringraziare e rivedere un professore, che ha saputo essere un maestro di vita. 
Indipendentemente da ciò che si desidera fare, indipendentemente da dove si voglia vivere, ci sarà sempre un eco che chiamerà. un legame forte, un nodo fatto di parole antiche e moderne che si mescolano insieme, come i volti di tanti appassionati, come le risate dei bambini, come le parole lette tra gli archi antichi di un paese, che vuole fare delle cultura la sua forza e la sua differenza. 
Ci sono legami che restano, perchè un professore continuerà sempre a guardare i propri alunni con una luce diversa negli occhi, perchè gli occhi di Ofelia continuano a vivere in quelli di suo figlio, che ha saputo rendere il nome di sua madre indimenticabile. 
Noi tutti abbiamo un compito, quello di preservare, preservare ciò che ci appartiene, per poterlo donare a chi verrà, per poterlo rendere immortale, perchè senza cultura non c'è vita. 

giovedì 17 agosto 2017

I 25 ANNI DELL'US PALLAGORIO

La squadra calcistica di Pallagorio compie 25 anni, 25 anni di storia, 25 anni di vittorie, 25 anni di traguardi. 
Si può percorrere questo quarto di secolo ammirando la mostra allestita presso la scuola elementare del centro albanofono. 
E' stato curioso, per me, ammirare le varie foto esposte, cercando di individuare visi familiari, persone conosciute, giovani atleti, che oggi ritrovo adulti. 
E' stato interessante visionare i trofei, non per le vittorie che rappresentano, bensì per l'impegno volutoci a conquistarli. 
Lo sport unisce, e questa è un'affermazione consolidata, sulla quale siamo tutti d'accordo, ma se lo sport è praticato in un paese dove vivono meno di 2000 persone, unisce ancora di più. 
L'US Pallagorio è una realtà sportiva, ma nello stesso tempo è un fulcro di integrazione e aggregazione sociale. E' entusiasmante vedere i bambini, che da quest'anno, grazie all'istituzione della scuola calcio, possono seguire le orme dei propri genitori o dilettarsi a praticare quest'attività semplicemente con passione. 
E' bello vedere i volti sorridenti di chi, all'interno di questa squadra è cresciuto, di chi si riconosce in ogni singolo gol segnato col cuore nelle scarpe. 
E' importante comprendere che in 25 anni possono cambiare tante cose, ma le passioni quelle no, non cambiano mai. 
Un calcio ad un pallone lo possono dare in tanti, ma saper stare sempre uniti, quella, è roba per pochi.
Buon 25esimo compleanno a chi ha creduto in questa sfida, a chi continua a crederci, a chi non si perde neanche una partita, perchè i tifosi solo la linfa vitale dei giocatori, perchè una squadra di calcio può realmente far credere in un sogno.  

mercoledì 16 agosto 2017

RIPARTIAMO DAL GRANO

Un giorno ho letto una frase, che mi ha colpito profondamente : "Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di chi sa fare il pane e riconosce il vento". 
Queste parole mi sono venute in mente quando ho saputo dell'evento organizzato dall'Accademia delle Tradizioni Enogastronomiche della Calabria, a Pallagorio. Nel corso dell'evento si è parlato della lavorazione del pane, attraverso l'esecuzione di gesti, oramai dimenticati. 
Personalmente, sono cresciuta con i racconti di mia nonna, su come il forno si trasformasse in un luogo di festa, ogni volta che si infornava il pane.
Io non lo so impastare e disconosco questa manualità, che ho visto riprodurre dai bambini, durante questa serata a tema. 
Forse dobbiamo davvero ripartire da qui, forse dobbiamo davvero ripartire dai gesti autentici, dalle piccole cose, dai chicchi di grano, che hanno il colore dell'oro. 
E' una sfida, quella lanciata da Pallagorio, una sfida che porta alla valorizzazione del grano Senator Cappelli, un grano che secondo il sindaco Umberto Lorecchio può creare impresa, un grano che secondo Valerio Caparelli può creare occupazione, un grano che per Caterina Spina, che ha fortemente voluto l'evento, può creare identità.
Bisogna ripartire dalle cose semplici, da ciò che la natura ci offre, per diventare grandi; bisogna ripartire dalle sfumature che connotano e denotano un'identità territoriale, ma anche culturale ed occupazionale. 
Un rilancio di ciò che possiamo fare, di ciò che siamo in grado di fare, di una tradizione antica, come quella del pane, inebriante come il suo profumo e autentica come il suo sapore.

martedì 20 giugno 2017

E domani... La maturità....

Sono passati dieci anni dai miei esami di maturità, proprio così, dieci lunghi anni, è proprio vero che il tempo scorre troppo in fretta... 
Domani molti ragazzi dovranno affrontare gli esami di maturità, alcune delle persone a cui sono più legata nella mia vita, si siederanno in quel banco e si metteranno alla prova, dimostrando ciò che hanno fatto nel corso di questi cinque anni, quanto valgono e come metterlo alla prova. 
Gli esami  sono la prima tappa verso una maturità difficile da affrontare, difficile da afferrare, con la quale non sempre si può competere. Sono il primo passo verso il mondo dei grandi, perchè il loro significato è sapersi mettere in gioco. 
Non sarà il voto del diploma a dire chi sei, non sarà la prima prova a farti comprendere se diventerai uno scrittore, non sarà l'esame orale a stabilire cosa hai studiato nel corso dei cinque anni, ma la maturità rappresenta un nuovo passo, un passo in bilico tra ciò che hai appreso e ciò che apprenderai. 
Con gli esami di stato finisce un ciclo della vita, finisce un periodo, forse il più bello, finisce per sempre un'esperienza e ne inizia un'altra, formata solo ed esclusivamente da te e dal tuo valore. 
La notte prima degli esami arriva per tutti, questa sarà la vostra, godetela fino in fondo ed affrontate serenamente ciò che vi attende, senza ansie e preoccupazioni inutili, perchè tutto quello che è stato realizzato fino ad ora è solo ed esclusivamente merito vostro. E' merito dei vostri impegni, delle vostre insicurezze, di tutte quelle ore trascorse tra filosofi e formule, di tutti quegli esercizi che non davano mai il risultato del libro, di tutte quelle volte in cui vi siete sentiti fieri di voi, di tutti i sorrisi e le complicità tra i banchi, di tutti i posti visti insieme, di tutta quell'allegria che vi caratterizza. 
Buona maturità amiche mie, in bocca al lupo a tutti i maturandi, con l'augurio che possiate avere la vita che desiderate. 

giovedì 15 giugno 2017

Metti un giorno nella cantina Senatore

Khalil Gibran diceva: "A volte un uomo cerca un tesoro in luoghi lontani e non si accorge che è già in suo possesso " .
Questa frase è estremamente vera,soprattutto se si considera che la nostra terra è ricca di tesori. Un paio di giorni fa ho effettuato un Wine Tour presso la cantina Senatore di Ciro' Marina, un gioiello incastonato nelle vigne. Il vino, il punto di forza di questa terra così aspra e nello stesso tempo così fiera, fiera come i volti dei giovani imprenditori che ci hanno accolti, fiera come la passione che Emilio impiega nel curare i suoi vigneti.
Un odore inebriante avvolge i visitatori del luogo, è uno dei profumi più passionali del mondo, è quello del mosto che sta per diventare vino, è quello del vino che dovrà essere imbottigliato,  è quello dei piccoli grappoli che stanno maturando. Una distesa immensa di verde, un'azienda circondata dalle foglie d'uva, quelle foglie che coprono l'orizzonte fino alla vista del mare, un panorama surreale che si può ammirare dalla terrazza panoramica, che Antonio mostra come il luogo - chiave del posto.
Serbatoi di vino, che diventeranno bottiglie, varietà numerose di vini, da accompagnare ad ogni piatto, da descrivere con la passione negli occhi, quella stessa passione che può essere letta negli occhi di Vito, mentre spiega le proprietà dei suoi vini.
Vicino all'entrata c'è un poster, dove sono raffigurati i proprietari della cantina,con una scritta importante "da padre in figlio ". E' questo lo spirito dell'azienda Senatore, una realtà da ammirare, da gustare, da accrescere e premiare, perché lo sviluppo di una terra parte dal valore delle sue radici e dalla dedizione verso ciò che si ama.

domenica 30 aprile 2017

IL PRIMO MAGGIO ALLA MONTAGNELLA, SULLA SCIA DI UN SECOLO DI STORIA

Rovistando tra vecchie carte, un paio di giorni fa, ho trovato questo articolo, si tratta di un mio discorso effettuato un paio di anni fa, sul Primo Maggio alla Montagnella, che ora voglio condividere con tutti voi.
E' la storia del nostro Primo Maggio, di ciò che significa e di ciò che ha rappresentato per il territorio.
Buon Primo Maggio, buona festa dei lavoratori, buona festa del lavoro....
"Era il 1 Maggio del 1919 e le tre comunità arebreshe del Crotonese si unirono, per dar vita a quello che poi sarebbe diventato un evento “simbolo” dell'intero territorio; il Primo Maggio alla Montagnella. Fu Pasquale Tassone, medico di Pallagorio che pensò bene di riunire le tre comunità, per un giorno, in un luogo che, fisicamente, le unisce davvero; il bivio della Montagnella. Da questo crocevia, infatti, si snodano le tre strade che portano a Carfizzi, San Nicola dell'Alto e a Pallagorio, ed è proprio questo bivio il punto di incontro dei tre paesi albanofoni. Tassone, con la sua caparbietà e con la sua forza di volontà, aveva già iniziato una battaglia che si sarebbe conclusa 30 anni dopo, quella contro i latifondisti, quella battaglia per i lavoratori, quella battaglia accanto ai contadini.
Le persone che lui riuscì ad unire ed unificare lì, alla Montagnella, erano i lavoratori delle miniere di San Nicola ed i braccianti di Carfizzi e Pallagorio. Erano persone che dovevano lavorare per 10-12 ore al giorno, che dovevano coltivare le terre dei “ricchi”, senza averne alcun profitto, continuando a vivere nella povertà. La Montagnella è il luogo da cui partì quella voglia di riscatto sociale che ci caratterizza, ancora oggi, che fece alzar la testa a chi, quotidianamente, era abituato solo a chinarla e fu il fulcro delle lotte sociali dell'intera zona. Dal 1919 il Primo Maggio alla Montagnella divenne un appuntamento fisso, al quale non si rinunciò neppure durante il ventennio fascista. In quegli anni, il Regime aveva messo al bando questa manifestazione, ma i coraggiosi contadini dei tre comuni, loro, non si fecero mettere al bando e continuarono ad andarci, continuarono a manifestare. Si incamminavano di nascosto, spesso durante la notte, per raggiungere la Montagnella e festeggiavano ugualmente quel giorno, che per loro rappresentava la speranza di un futuro migliore. Lo festeggiavano consapevoli che, se le forze dell'ordine li avessero scoperti, sarebbero stati imprigionati , torturati ed anche uccisi.
E' il Primo Maggio 1946, il primo Primo Maggio dopo la Seconda Guerra Mondiale, dai tre paesi paesi partono tre cortei immensi, che portano tutti al bivio; una folla di gente pronta a festeggiare liberamente, giovani ed anziani, con volti sorridenti e tanta voglia di libertà. Da quel giorno, ogni anno, nessuno ha rinunciato a festeggiare questa ricorrenza.
Arriva il 1949, le lotte per rivendicare un pezzo di terra, per avere uno spazio in cui coltivare qualcosa di proprio, senza che il “signore”, il latifondista, pretenda qualcosa da quella coltivazione. Sedici contadini di Carfizzi vennero arrestati, perchè avevano preso parte ad una lotta, per avere i terreni intorno al paese, per fortuna, in quell'occasione non ci furono morti. Ma, poco più in là, i contadini di Melissa non furono così fortunati, a Fragalà, infatti, morirono tre persone.
Da quel giorno, il Primo Maggio assunse una nuova forma, divenne il giorno della memoria, della celebrazione di chi ebbe la forza di combattere contro il potere assolutistico dei padroni.
Per ogni famiglia di Carfizzi il Primo Maggio rappresentava un evento importante, tutti i membri si dovevano vestire a festa, gli asini che di solito venivano adoperati per recarsi in campagna, quel giorno dovevano arrivare alla Montagnella, carichi di buon vino e di deliziose prelibatezze, preparate dalle mogli, la sera prima o la mattina all'alba. Giunti alla Montagnella, proprio dove c'è la prima salita dell'attuale parco, ognuno ascoltava i discorsi dei politici, che giungevano a Carfizzi da tutta la Regione. Si ascoltavano i discorsi dei sindacalisti, che iniziavano a combattere contro le troppe ore di lavoro nelle fabbriche, con parole che allora come oggi, risuonavano troppo lontane dalla realtà contadina di Carfizzi. Terminati i comizi, ogni famiglia era pronta ad aprire il suo paniere e a togliere fuori ogni sorta di prelibatezza, compresi i dolci tipici e deliziosi pan di spagna. Durante il pomeriggio, poi, si scendeva proprio nel bivio, per danzare e scherzare per ore, fino al tramonto.
Sono passati gli anni, sono cambiati i mezzi di trasporto, ma lo spirito ed i programmi del Primo Maggio non sono cambiati.

Ed oggi? Cosa rappresenta il Primo Maggio?
In questa giornata, ancora oggi, si celebrano i diritti di tanti lavoratori, diritti che purtroppo, ancora, spesso, vengono negati, ieri come oggi. In un periodo di incertezza, questa giornata continua ad esprimere la stessa voglia di riscatto, di libertà e di speranza, che è rimasta immutata, nonostante siano passati ben 94 anni. (Il testo è di 5 anni fa, quest'anno si festeggia il 99esimo anniversario del Primo Maggio alla Montagnella)
Su quella collina, che unisce i tre paesi arbereshe, su cui si ritrovano, l'uno a fianco all'altro, giovani ed anziani, risuona, ancora oggi, l'eco di un insegnamento; quello di continuare a combattere per i proprio diritti e per i propri ideali.
Insegnamento che viene dagli occhi lucidi di Emanuele Affatati (che ora ci ha lasciato) un ex politico di Carfizzi che raccontandomi la storia di questo giorno, mi incita a combattere, che mi indica la lotta come unica via di salvezza, che parla di Di Vittorio, di Gramisci, di De Gasperi, come se fossero suoi ex compagni di banco, che parla e sa parlare della sana politica, quella fatta dalle idelologie.
E' questo oggi il Primo Maggio, è il ricordo di chi si emoziona sentendo le note di “Bandiera Rossa” di chi, come mio nonno si svegliava all'alba, mettendosi la cravatta rossa per l'occasione e sfilava per le principali vie del paese. E' il ricordi di me bambina, sulle spalle di mio padre, cantando “Bella Ciao” e seguendo le note della banda musicale, sempre presente in ogni edizione del Primo Maggio.

Questo è, oggi come allora, la festa dei lavoratori a Carfizzi, in quella Montagnella che riesce a far riunire, a far commuovere e a far sperare."

sabato 31 dicembre 2016

Il Mio 2016...

Come ogni anno, mi piace fare una sorta di riassunto dell'anno che sta per concludersi. Sono trascorsi 365 giorni, anzi 366 perchè il 2016 è stato un anno bisestile. Tanti sono stati gli avvenimenti che hanno accompagnato queste giornate, numerose sono state le emozioni e i sentimenti che hanno accompagnato quest'anno. In un anno cambiano molte cose, tante mutano prima che ce ne rendiamo conto, molte altre ci cambiano rendendoci diversi, nel bene e nel male.
Nel corso del 2016 ho conosciuto persone che sono entrate a far parte della mia esistenza, che mi hanno donato momenti di gioia inaspettata
In questi 366 giorni ho perso persone che non avrei creduto mai di poter perdere, ma la vita, come sempre, cambia i nostri piani.
Ho visto la mia migliore amica in abito bianco giungere splendida all'altare ed ho siglato, da brava testimone, la sua unione con il marito, per sempre.
Ho risentito chi non sentivo da tempo, riuscendo a capire che ci sono persone che rimarranno in noi per sempre, perchè basta un minimo ricordo, anche una sola parola a farle riaffiorare, fino a farle divenire una presenza viva e costante.
Ho consolidato amicizie che mi hanno permesso di rendere unico ogni singolo giorno dell'anno che sta per finire, rendendomi conto che niente è più bello della sincerità.
Ho riso, ho riso tanto nel corso di quest'anno; ho riso durante i miei incontri, nei miei viaggi, in quelle giornate che solo un sorriso può cambiare. Ho sorriso alla vita, alle emozioni che ha saputo regalarmi ed ora voglio brindare sempre alla vita e a tutto ciò che mi riserverà il 2017 che sta per venire.

sabato 10 dicembre 2016

Ricordi in digitale

Il mio computer é caduto a terra,non si accende.  Un colpo all'hard-disk, un colpo intenso, un colpo frontale fa si che il mio PC sia completamente inerme.
Un computer é uno strumento che usiamo quotidianamente,  ma esso cosa rappresenta davvero per noi?
I computer sono diventati dei veri e propri archivi, archivi digitali che contengono la nostra esistenza.  All'interno di quel pc c'era la mia vita o una parte di essa.  I documenti,  gli scritti, le note, erano tutte li, erano ben conservate fino a quel giorno, fino al giorno in cui si sono disintegrate.
Siamo oramai abituati a salvare tutto all'interno del nostro computer, dimenticandoci che esso è semplicemente una macchina e che le macchine prima o poi si rompono.
Cosa sono oggi i ricordi?
Sono quelle foto, che salviamo all'interno di una cartella e che non svilupperemo mai. I nostri ricordi sono digitali,  sono un insieme di pixel che possono scomparire da un momento all'altro.  Ho sempre detto che avrei dovuto comprare un hard disk esterno, non l'ho mai fatto. Quella sera mentre il mio computer scivolava dalle mani, le immagini di quei milioni di pixel si disintegravano davanti ai miei occhi,  come qualcosa che hai la sensazione di aver perso, un ricordo che improvvisamente non diventa più un ricordo, perché non esiste più.
Le foto sono nate con l'intento di sopravvivere al tempo, ma c'è il rischio di perderle prima che il tempo passi.
Forse non basta solo clickare, per far si che un attimo rimanga eterno; bisogna prendersi la briga di sviluppare quei pixel per farli diventare una vra foto,  per far si che i ricordi rimangano ricordi, che si possono stringere tra le mani, anche quando il computer scivola via.

sabato 26 novembre 2016

Fidel Castro Adios Comandante

Appena mi sono svegliata,  stamattina,  ho appreso che Fidel Castro ci aveva lasciati per sempre. Il 25 novembre 2016 il Leader Maximo é deceduto; così ha dichiarato suo fratello Raúl, così, dando questa notizia accompagnata dalla frase "Hasta la victoria siempre" "Fino alla vittoria sempre ". Questa frase ha accompagnato la mia adolescenza,  quando avevo il poster di Che Guevara appeso sopra il mio letto.
Ho considerato la notizia della morte di Fidel come la fine di un'epoca. Fidel, così come Ernesto Che Guevara rappresentano gli ultimi sognatori rivoluzionari, gli ultimi giovani idealisti che volevano cambiare il mondo.
Un ragazzo alto 1,90 metri con una divisa color verde militare, é questa l'immagine più bella di Fidel Castro,  che entra triondante all'Avana,  che entra li dopo aver vinto la Rivoluzione Cubana,  dopo esserci riuscito,  a costo di perdere la vita, accompagnato dal Che, l'amico di sempre.  Quello stesso amico al quale, qualche anno dopo verranno amputate le mani, quello stesso amico che diventerà immortale,  grazie al diario pubblicato per volere di Fidel, come ultimo regalo. 
Da stamattina ho una canzone in mente,  si tratta di "Hasta Siempre " scritta da Carlos Puebla nel 1965, da stamattina ho il motivo finale di questa canzone che continua a suonare :"y con Fidel te decimos, hasta siempre Comandante "
Questo brano l'ho sentito per la prima volta quando avevo 16 anni, perché inserito in una raccolta senza tempo dedicata a Che Guevara.  Penso che oggi Ernesto Che Guevara e Fidel Castro siano insieme,  marciando verso la Vittoria finale.

domenica 20 novembre 2016

Dacia Maraini

Il 13 Novembre 2016 Dacia Maraini ha compiuto 80 anni. Quando ho letto questa notizia,  mi son venuti in mente i miei esami di maturità.  Il percorso che presentai allora fu "Le donne nella cultura del Novecento" con la maggior parte degli argomenti fuori programma.  L'autrice che scelsi per l'Italiano fu appunto Dacia Maraini,  con l'analisi del romanzo "La lunga vita di Marianna Ucría".
I sentimenti ed i tormenti interiori di Marianna Ucría mi colpirono fin da subito, lo scorrere dei suoi pensieri,  la sua forza, il suo coraggio straordinario per l'epoca, segnarono i miei ultimi giorni di scuola.  In questo libro vengono trattate molte tematiche attuali come la violenza ed i matrimoni senza amore. Una straordinaria Maraini ha saputo descrivere alla perfezione le sofferenze soffocate di questa donna, che non poteva parlare.
Dacia Maraini non è stata solo l'autrice dei miei esami di maturità,  ma rappresenta un modello di vita, una donna coraggiosa,  una donna che ha sempre amato la libertà,  preferendola sopra ogni cosa.
Subito dopo gli esami mi regalarono un altro suo libro "Il gioco dell'universo", un libro che si snoda tra gli appunti di Dacia e del padre Fosco Maraini. Un libro che, attraverso i racconti di viaggio,  narra una storia d'amore e di amori, di scoperte e di curiosità,  di scelte e di crescita.  Un libro che fa comprendere che in ogni rapporto c'é qualcosa che ci accomuna e qualcosa che ci divide, che per amarsi bisogna essere a tratti diversi. Un romanzo che insegna la verità universale, per la quale essere "vicini e lontani come le persone che più nel profondo segnano la nostra vita".
Chi é Dacia Maraini?  É una scrittrice che, attraverso le sue pagine riesce a trasmettere l'indipendenza ed i valori di cui andare degne, grazie ai quali ci si sente donne.

sabato 12 novembre 2016

E le chiese silenziose...

Siete mai entrati in una chiesa deserta?
Avete mai aperto il portone della chiesa e vi siete trovati di fronte al silenzio più assoluto?
A me é capitato tante volte... Una chiesa silenziosa ti da un senso di pace interiore, difficilmente riscontrabile altrove...
In quel momento ci sei solo tu, sospesa in un'atmosfera di rapimento.  Tu che ti senti circondata da un silenzio assordante, da un'aria che improvvisamente diventa avvolgente.  In quel momento ci sei tu, lí, daventi all'Altissimo, tu con le tue debolezze, le tue mancanze, tu di fronte a chi sa già tutto di te.
Sono questi i momenti in cui puoi metterti a nudo, in cui puoi dialogare con Lui e chiedergli ciò che vuoi. Sono questi i momenti durante i quali fare un esame di coscienza, pregando con il cuore. 
Siamo abituati a vedere le chiese piene di gente, siamo abituati ad ascoltare le preghiere, dette a voce alta da chi sta seduto vicino a noi. Stando tra i panchi di una chiesa deserta, invece,  impariamo a riconoscere i gesti più autentici dei nostri compagni; impariamo ad osservare quel bambino che arriva ogni mattina,  accompagnato dal suo papà,  che prega con le mani unite. Impariamo a guardare l'amico che deve sempre e comunque sedersi al primo posto.  Impariamo a voler bene alla signora che si siede al nostro fianco,  che non sa leggere,  ma che cerca di seguire il tuo labbiale, per dire le Lodi con te.
Non so cosa spinga,esattamente una persona ad entrare in chiesa, ma vi posso dire solo che se vi capiterà di passare di fronte ad essa, in un momento qualsiasi della vostra giornata,  provate ad entrarci, vi ritroverete da soli, davanti al grande potere trasformatore, che é la Fede.

E la Fotografia....

Penso che la vita sia fatta di passioni, passioni da seguire, passioni da inseguire, da non abbandonare mai. Una delle mie passioni, di sempre, è stata la fotografia. Ho sempre pensato che ogni attimo della nostra vita vada immortalato, perchè penso che le mie foto siano l'unica cosa in grado di fermare il tempo.
Cosa rimane dei nostri ricordi?
Un pensiero sfuocato, col tempo deviato.
Cosa rimane dei nostri ricordi fotografati?
Beh, lì rimane tutto. Nelle istantanei ci siamo noi, i nostri sguardi, l'espressione del viso assunta in quel determinato momento, il sorriso sfoggiato per l'occasione. Le foto siamo noi, quello che siamo stati, quella parte di noi che rimarrà così per sempre.
Una foto riesce a catturare un attimo, basta un click per rendere quel momento immortale.
Viviamo in un'epoca in cui ci sentiamo in dovere di immortalare ogni singola esperienza della nostra vita e questo non può che rendermi felice.
Ho scattato la mia prima foto all'età di cinque anni, riuscendo a fotografare una mano; già, ho fotografato la mano di uno sconosciuto, perchè ci voleva troppa forza per premere quel pulsante,di conseguenza ho perso l'inquadratura. Col passare degli anni, però, i particolari sono diventati alcuni dei miei soggetti preferiti (in primis rimangono sempre i miei famosi selfies).
Ricordo ancora oggi l'emozione che si provava davanti allo studio fotografico, in attesa del rullino sviluppato. Ricordo ancora oggi l'emozione provata la prima volta che entrai in una camera oscura. Lo stupore che sentii nel momento in cui la mia foto si stava delineando, stava prendendo vita, per diventare uno dei simboli della mia adolescenza. Ricordo benissimo la prima macchina digitale, la magica che si creava, questa volta, a vedere l'immagine nel piccolo schermo della macchina fotografica, immagine che si poteva cancellare, qualora non piacesse più. (Sono convinta che se fossi nata direttamente nell'epoca digitale la foto con la mano non sarebbe mai esistita, perchè cancellata da subito).
Ho un bellissimo ricordo di me, con la mia prima macchina fotografica personale, il regalo per i miei 18 anni, un apparecchio tutto mio, che potevo usare quando volevo, che potevo portare sempre con me, custodito nella sua borsetta rossa. Fu grande, infine, l'emozione che provai tenendo tra le mani la mia prima Reflex digitale, la mia inseparabile Nikon, il mio regalo di laurea. Avevo desiderato quell'oggetto, lo volevo, volevo inquadrare e mettere a fuoco tutto ciò che mi circondava.
Penso che la fotografia mi abbia insegnato questo; inquadrare e mettere a fuoco la vita.

martedì 8 novembre 2016

E i luoghi dell'anima...

Un paio di giorni fa, ho condiviso su Facebook due foto, intitolandole "I luoghi dell'anima" ed inevitabilmente mi sono ricordata il mio esame di maturità; il tema di Italiano che svolsi fu proprio su questo argomento. I luoghi dell'anima mi hanno sempre affascinato, penso che ognuno di noi abbia diversi luoghi dentro, sono i luoghi nei quali è stato felice, sono i luoghi ai quali rimarrà legato per sempre. Poco fa ho visto una foto di Bruxelles, una città a me molto cara, mi è bastato chiudere gli occhi, per ricordarmi ogni particolare della strada fotografata, ogni negozio, persino il profumo di dolci che si sente in fondo alla strada.
Un giorno ho ricevuto un messaggio, riferito a Roma in cui un mio amico, riferito al Gianicolo, mi chiedeva "Siamo davvero rimasti lì per sempre?"
Penso che ogni luogo rimanga in noi e noi, le nostre anime, rimangano ancorate lì, davvero per sempre.. E' come un posto ci lasciasse qualcosa e si prendesse qualcosa di noi. I luoghi dell'anima sono questo, sono quei posti che rimangono in una stanza, in fondo al cuore, sono quei luoghi in cui basta chiudere gli occhi e ritrovarsi lì. Siamo legati ad ogni città e ad ogni posto che visitiamo, mediante un legame speciale, che non si dissolverà mai... Basta poco per ritrovare se stessi, basta salire sul Gianicolo ed osservare Roma dall'alto, da lì si ha la sensazione che niente ci possa sconvolgere o travolgere.
Ci sono posti che chiamano e ci richiamano, come la Chiesa della Madonna del Carmine di Pallagorio, dalla quale devo passare ogni volta che vado.
Ci sono profumi che rimangono impressi nelle narici, come i limoni della Costiera Amalfitana.
Ci sono odori che saranno per sempre unici, come le Gauffres del Belgio...
Questi sono i miei luoghi dell'anima, questi sono quei posti che in un modo o nell'altro porterò dentro, è in questi posti che una parte di me è rimasta per sempre...

lunedì 7 novembre 2016

E la Filosofia...

Qualche sera fa, parlavo con un mio caro amico, di filosofia. Già, sembra strano avere la filosofia come argomento di conversazione... Le macchine, il calcio, lo sport, la tecnologia ed i vestiti sono elementi più comuni, sui quali conversare, ma parlare di Aristotele, piuttosto che di Platino è certamente più raro. Proprio per tale ragione, come per tutte le cose difficili, la conversazione iniziava a piacermi. Abbiamo iniziato a dialogare sul tempo e da lì l'inevitabile collegamento con Eraclito, con il suo "Panta Rei" ovvero "Tutto scorre". Osservando il corso di un fiume, questo filosofo è giusto alla conclusione che nella vita passa tutto, che noi siamo come il corso di quell'acqua, possiamo mutare, adattandoci all'ambiente che ci circonda, in quel determinato momento della nostra vita, ma essenzialmente continuiamo ad essere sempre noi stessi.
Pensavo a questo, pensavo a me stessa, a quella che ero la prima volta che "conobbi" Eraclito; fu lui che mi fece "innamorare" della filosofia. Già, questa materia così arcana, così ostica, divenne in breve una delle passioni della mia vita.
Come spesso accade, però, un po' per incoscienza, un po' per superficialità non ho fatto di questa passione il lavoro della mia vita. A volte ciò che amiamo di più viene accantonato, perché la vita, con i suoi avvenimenti ci distrae, ma basta poco a far riaffiorare quei sentimenti, basta una diatriba sui pensieri di Schopenhauer o Heidegger, su Nietzsche o Marx. Questi filosofi hanno segnato gli anni più belli della mia vita, gli anni durante i quali gli ideali diventano qualcosa di reale.
La filosofia mi ha insegnato a pensare, mi ha insegnato ad ascoltare la voce dell'introspezione interiore, molto di più delle urla esteriori. Forse le passioni, quelle vere, non passano mai, forse rimangono in sospeso, per essere un giorno riprese e per poter dar loro nuovamente vita.
"Perché, in generale, vi è l'essente e non il nulla?" La domanda fondamentale di Heidegger forse oggi merita una risposta o per lo meno, un tentativo di risposta, da parte mia.